50 anni fa la città di New York introdusse una tassa sulle bottiglie di plastica.

9 Novembre 2021

Due anni dopo, nel 1973, il Congresso USA discusse la possibilità di introdurre un divieto su tutti i contenitori non riutilizzabili. Era iniziata la battaglia contro la plastica e in quel momento sembrava poter essere vinta.
Ma non andò così.

Nonostante sia stata inventata poco più di un secolo fa, oggi è impossibile immaginare un mondo senza plastica. È dappertutto: dalle macchine che guidiamo, ai vestiti che indossiamo, in ogni sorta di imballaggio, persino nell’aria che respiriamo, sotto forma di microplastiche che inquinano i mari e finiscono dentro il cibo e nell’acqua che beviamo.
In questo secolo ne abbiamo prodotta più di 10 miliardi di tonnellate, così tanta che potremmo imballare e inscatolare l’intera superficie della terra. Ma l’aumento esponenziale è recente, tanto che più della metà dell’intera plastica presente nel mondo è stata prodotta solamente negli ultimi venti anni.
Di fronte a questi dati, fa ancora più effetto leggere – come segnala una ricerca pubblicata su Science Advance qualche anno fa – che di tutta la plastica prodotta nel mondo, siamo stati capaci di riciclarne appena il 9%. Il 12% è stata incenerita, spesso liberando gas tossici. E il restante 80% è finita in discariche di ogni tipo o dispersa direttamente nell’ambiente.
Per visualizzare questi dati, basti pensare alla strada di una grande città: Dei dieci cassonetti stracolmi di plastica, solamente quella contenuta nel primo riuscirà ad essere effettivamente riutilizzata.  Ma per quale motivo allora siamo stati convinti per così tanto tempo che la plastica fosse riciclabile e che per risolvere il problema bastasse gettare l’immondizia nel bidone giusto? E che la colpa fosse dei comportamenti incivili dei cittadini?

È una storia interessante e l’ha raccontata Stephen Buranyi sul Guardian.

Nonostante la crociata contro la plastica sia piuttosto recente (e va detto: sta portando a ottimi risultati grazie a una convergenza mai vista tra politica, scienziati e consumatori), le preoccupazioni sull’accumulo di rifiuti di plastica sono presenti da almeno cinquant’anni.

Nel 1971, ad esempio, la città di New York introdusse una tassa sulle bottiglie di plastica e nel 1973 il Congresso discusse riguardo la possibilità di introdurre un divieto su tutti i contenitori non riutilizzabili. “Era iniziata la battaglia contro la plastica”, scrive Buranyi, “e in quel momento, sembrava potesse essere vinta”.

Ma non andò così. Fin dall’inizio, infatti, le aziende petrolifere e le lobby legate all’industria della plastica fecero pressione, prima contro la Corte Suprema, ottenendo l’annullamento della tassa, e poi contro il Congresso, sostenendo che una soluzione simile avrebbe danneggiato migliaia di posti di lavoro.  La strategia successiva fu quella di stringere un’alleanza con le aziende produttrici di bevande e di imballaggi per spostare la responsabilità dei rifiuti dai produttori ai consumatori, e disinnescare così il sentimento anti-plastica che si stava sviluppando.

Ricorrendo alla stessa fallacia logica utilizzata dalle lobby di armi, secondo cui “Guns don’t kill people, people do”, riuscirono a persuadere i consumatori che il reale problema non fossero le aziende che guadagnavano milioni producendo imballaggi usa e getta, ma gli individui irresponsabili. Su quella falsariga, in quegli anni furono centinaia le pubblicità lanciate da gruppi no-profit finanziati da colossi quali Coca Cola, Pepsi, Dow Chemichal, come la campagna per la giornata mondiale della terra del 1971, in cui si affermava: “La gente inizia l’inquinamento, la gente può fermarlo”.

Bastò poco per far sì che lo stesso vento iniziasse a soffiare anche in Europa. Nel 1988, ad esempio, Margaret Thatcher, raccogliendo rifiuti a St. James Park, disse ai giornalisti “Non è colpa del governo, è colpa delle persone che consapevolmente e sconsideratamente li gettano a terra”.

Ad oggi, con la mole di dati a disposizione, fortunatamente non è più possibile ingannare i consumatori. Ma soprattutto, è necessario comprendere che, per stare sul mercato, l’ecosostenibilità è ormai un prerequisito imprescindibile.

Dopo decenni in cui la responsabilità è stata scaricata sulle scelte dei singoli consumatori, ora sappiamo che devono essere le aziende (e la politica, ovviamente) a guidare il cambiamento verso un uso più responsabile dei materiali plastici.

È proprio in questa direzione che abbiamo guardato quando abbiamo partecipato al progetto di Granarolo per la conversione del classico vasetto Yomo in plastica ad uno di carta interamente riciclabile, capace di conservare a pieno la qualità e la naturalità del prodotto.

A meno che non sia strettamente necessaria per il vostro business, la plastica deve essere sostituita. Da una ricerca condotta dal Programma Ambientale delle Nazioni Unite, è emerso che ben oltre il 90% dei consumatori dichiara di essere preoccupato per i problemi dei rifiuti di plastica (ma meno della metà è propensa a cambiare abitudini).

Lasciamoci tutti guidare da questo dato, e pensate che attrattiva può fornire l’etichetta “plastic free” per i vostri business..

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